Gerda Taro: fotografia di un racconto

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È di qualche giorno fa la notizia che il Premio Strega è andato a Helena Janeczek. Sono passati 15 anni dall’ultima vittoria di una donna: era il 2003 e vinse Melania Mazzucco.

Ma la vittoria della Janeczek è doppiamente “donna”: racconta infatti la storia di Gerda Taro, la prima fotografa di guerra vissuta agli inizi del secolo scorso. Un personaggio decisamente fuori dagli schemi, moderno e forse anche di più!

La fotografia è sempre stata la sua passione, insieme all’impegno politico. Di origini ebree polacche, Gerda, nata in Germania, si trasferisce presto a Parigi. Le sue origini e la sua militanza nel partito Comunista la mettevano sulla lista nera dei Nazisti. Nella capitale francese conosce Endre Friedman, fotografo di origini ungheresi.

Con Endre condivide entrambe le sue passioni e sarà lui a darle le nozioni teoriche di fotografia che la renderanno una professionista eccezionale anche in territori di guerra.

Dopo aver inventato il personaggio di Robert Capa (che presto diventerà lo psudonimo di Endre) comincia a lavorare con lui e decide di andare in Spagna a seguire la Guerra Civile. Era il 1936 e vedere una donna al fronte a scattare fotografie non era una cosa di tutti i giorni.

Il suo reportage sulla battaglia di Brunete è ricordato come il più importante, forse perché fu anche l’ultimo. Infatti, durante il ritorno dal fronte, sotto l’attacco nemico, un carro armato sperona l’auto su cui sta viaggiando attaccata al predellino. Gerda cade sotto i cingoli, ma non muore subito. Riesce ad arrivare dopo ore all’ospedale dove, forse conscia del valore della sua opera e della gravità della sua situazione, chiede incessantemente se i suoi rullini si sono salvati. Muore poco dopo a soli 26 anni.

La figura di Gerda Taro è tipicamente eroica, d’altri tempi, anche se il messaggio di emancipazione che ci invia è decisamente moderno. La sua tragica fine sicuramente aumenta il suo mito, ma sono le sue azioni in vita che la fanno diventare un modello per tutte quelle donne che, ancora troppo spesso, non seguono le loro vere passioni semplicemente perché ritengono che siano cose da uomo.

Oggi dedicarsi alla fotografia è abbastanza comune anche per le donne, anche se le fotoreporter in zone a rischio sono ancora davvero poche …E sono tante altre le professioni o le attività sportive considerate comunemente poco adatte a una donna.

Voi come vedete le donne che svolgono attività considerate da uomo? Se avete una storia ineressante da raccontare, segnalatecela a info@leadingmyself.it