Jobmetoo: “Ogni cammino si fa sempre al 50%”

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Jobmetoo nasce da una storia personale, quella di Daniele Regolo, che in realtà è una storia collettiva, quella delle persone con disabilità (“Diversamente abile” lo usavano i Flinstones!) che non riescono ad entrare nel mondo del lavoro. Molto spesso questo avviene perché, anziché ragionare in termini di compatibilità tra reali potenzialità del candidato e mansione da affidargli, ci si focalizza sulla disabilità, secondo un modo di procedere altamente distruttivo. Daniele, dopo quindici anni trascorsi da un lavoro all’altro, senza mai una vera occasione di crescita professionale a causa della sordità congenita, è approdato nel settore pubblico grazie ad un concorso. Purtroppo (per lui) l’assunzione a tempo indeterminato ha coinciso col periodo (non solo professionale) più avverso della sua vita, in quanto è stato collocato – sordo profondo – in uno sportello ospedaliero. Dimessosi dopo alcuni anni molto duri e sofferti (scelta incomprensibile per molti: un disabile deve ringraziare il Cielo per un posto fisso!) fonda l’embrione di Jobmetoo nel 2012. Dopo due anni la sede è portata a Milano e la startup diventa agenzia per il lavoro. Jobmetoo vuol portare come mission la potenzialità del recruiting online anche per le Categorie protette: il mondo corre, e non si capisce perché un disabile debba aspettare passivamente un colloquio (per non dire un’assunzione) che difficilmente arriverà.

Stavolta siamo categorici e definiamo due grandi categorie di disabili. La prima è composta da quelle persone per le quali l’ambiente circostante non offre soluzioni rispetto alla loro condizione psicofisica o relazionale. Ad esempio, per chi ha una sordità profonda, essere inserito in un contesto poco luminoso, con molte persone che parlano, vuol dire essere veramente nella condizione di … handicappato (non è una battuta; per handicap si intende una situazione di svantaggio, ed è questo il caso). Se l’ambiente fosse luminoso, poco rumoroso e con persone che parlano una alla volta, la disabilità uditiva farebbe sentire molto meno il suo effetto, in quanto per il disabile aumenterebbe il livello di partecipazione: questa è la nuova visione della disabilità offerta dalla Convenzione ONU sui diritti dei disabili. La seconda categoria è composta da quelle persone senza disabilità che, nel relazionarsi con un disabile, lo diventano anche loro a causa di un approccio non corretto che deriva – teniamo a sottolinearlo – dall’ignoranza e non dalla volontà: questa disabilità della relazione richiede, egualmente, un grande sforzo culturale per essere risolta.

Il mio sogno è molto semplice, banale, elementare, non fa notizia: una persona disabile che non debba sorvolare l’oceano in deltaplano per dimostrare il suo valore ma che… lavori. Rendere normale ciò che oggi è (purtroppo) eccezionale è il mio sogno più autentico. Nel blog di Jobmetoo ospitiamo alcune storie di successo (e il successo è di entrambe le parti, candidato e azienda) proprio per portare testimonianze reali e quindi raggiungibili. Da questo sogno ne nasce un altro, cioè quello di vedere disabili che riescano a vivere il mondo dell’occupazione non solo come lavoratori in situazione di svantaggio, ma come persone nel senso più ampio del termine. In un certo senso, infatti, tutti noi siamo più o meno disabili, basti pensare alle nostre abitudini, preferenze inclinazioni, che non sono mai uguali a quelle degli altri. La speranza è quindi quella di fare in modo che Jobmetoo si faccia carico di questo compito, che è solo uno dei diversi aspetti da affrontare per ciò che concerne la disabilità. Nel mondo i disabili sono un miliardo: non si può continuare a pensare che le questioni a loro legate rappresentino un tema di nicchia.

 Dinanzi a un disabile uditivo, si pensa che il suo problema sia essenzialmente quello di capire chi parla; in realtà anche parlare, per una persona sorda, è uno sforzo monumentale. Se partiamo dal presupposto che per modulare bene la propria voce bisogna sentirla, è chiaro che chi non riceve suoni, e quindi neppure la propria voce, non si rende pienamente conto della qualità del proprio parlato. È per tale ragione che molte persone sorde sembrano “straniere”. Questa fatica nella fatica è poco visibile, ma non per questo minore.I miei genitori hanno dovuto capire abbastanza in fretta la modalità comunicativa da adottare con me (scandire le parole, non alzare il tono, ambiente luminoso, ecc) ma, per fare un esempio, ogni volta queste “istruzioni” vanno ripetute. Anche mia moglie, prima di capire l’adattamento che la sordità richiede, ha impiegato del tempo.Se parliamo di adattamento, la collaborazione deve essere reciproca. Se io disabile metto gli altri (e questo vale ovviamente molto nel lavoro) nelle condizioni di supportarmi, il mio prossimo si sentirà più coinvolto e sinceramente motivato a entrare in relazione con me. Ogni cammino, quindi, si fa sempre al 50%.

 

Daniele Regolo Laurea in Scienze Politiche, poi un quindicennio di lavori disomogenei e frustranti a causa della mia disabilità uditiva grave. Ero per tutti un “bravo ragazzo”, ma al momento di affidarmi un compito gli stessi giravano le spalle. Finalmente, grazie ad un concorso pubblico, arriva il posto fisso a tempo indeterminato come amministrativo in una azienda sanitaria. Fui assegnato al front office ospedaliero, mansione del tutto incompatibile con la mia sordità. Dopo alcuni anni veramente sofferti, la decisione di dimettersi: una decisione adulta, consapevole, serena. Quindi la scelta di essere un imprenditore per far diventare impresa il binomio che nella mia vita non aveva mai funzionato: lavoro e disabilità. “Nulla su di noi senza di noi” non è solo lo splendido motto delle persone con disabilità, ma il messaggio di speranza che muove verso l’autodeterminazione.

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