Elena Pirondini: ho messo le mie competenze al servizio di donne e ragazze dei paesi in via di sviluppo

Se 12 anni fa mi avessero detto che un giorno avrei lavorato all’ONU, mi sarei messa a ridere. Certo, subito dopo la laurea in Economia Aziendale in Bocconi, avevo vinto una borsa di studio della Fondazione Cariplo per fare un corso di specializzazione in Management delle Organizzazioni Non Profit presso la New York University, avevo cominciato a lavorare alla Fondazione Ford – al tempo la più grande Fondazione al mondo – e … mi ero innamorata di New York. Ma poi, pensando al mio futuro, animata da ambizione e desiderio di crescita professionale, dopo questa esperienza mi ero decisa a voler fare carriera in azienda. “Qualche anno in consulenza direzionale a farmi le ossa e poi salto in azienda”. Tutto sembrava programmato, così sono entrata in A.T.Kearney, dove mi sono occupata di progetti di strategia e change management, principalmente nel settore financial institutions e telecom. In linea con il mio programma, sono andata a fare un MBA alla Harvard Business School (e devo ringraziare A.T.Kearney per avere ripagato la mia performance con una generosa borsa di studio, e la mia manager di allora Stefania Baccalini per essere stata una champion insuperabile). Due anni meravigliosi, intensissimi, durante i quali ho conosciuto persone eccezionali e che – in quel momento non me ne rendevo conto – avrebbero cambiato profondamente il mio modo di vedere il concetto di leadership e la strada che avrei voluto intraprendere.  Perché Harvard è la scuola d’eccellenza della leadership, dove trasformano letteralmente ogni studente, insegnandogli a pensare a come eccellere, a poter essere leader nella vita, e a fare la differenza, in qualunque attività e in qualunque contesto. Tornata in A.T.Kearney – come previsto dal contratto della mia borsa di studio – mi sono ributtata anima e corpo nell’ennesimo progetto di change management. Ma poi, all’improvviso una specie di “vocazione”. Una sera, a Roma, lavorando fino a notte fonda su una presentazione per un cliente, mi sono detta – ingenuamente e ambiziosamente al tempo stesso –  “Basta! Io voglio di più. Voglio fare qualcosa di utile per il mondo!”.  E  così ho ho mandato, via internet, una application all’ONU. Sono la prova vivente del fatto che, se all’ONU c’è tanta politica, c’è però anche spazio per chi, avendo le qualifiche giuste, entra senza raccomandazioni e spinte. Dopo neanche tre mesi, ero a New York.

 

1) Che cosa l’ha spinta a lasciare una carriera da executive?

La convinzione che le mie capacità, il mio impegno e la mia vision potessero essere messe al servizio di qualcosa di piu’ importante che aumentare la bottom line dei miei clienti. E’ un tratto di personalità, che sia la consulenza sia Harvard hanno rafforzato: aspirare a far sempre di più, a far sempre meglio. Allora – quando ho deciso di fare il salto – la mia visione era abbastanza naive, generica – “fare qualcosa di utile per il mondo”. Ora ha assunto una sostanza precisa. In linea con il mandato dell’United Nations Population Fund (UNFPA), l’agenzia UN per cui lavoro, voglio mettere le mie competenze al servizio di donne e ragazze in paesi in via di sviluppo, per dare loro la possibilità di scelta – prerogativa dell’essere umano – e l’accesso a diritti umani che io, cresciuta in Italia e vissuta tra Europa e Stati Uniti,  ho sempre dato per scontati: il diritto a vivere una vita priva di violenza; il diritto a far nascere bambini in condizioni di sicurezza; il diritto di scegliere un partner senza essere vittime di coercizione, incluso il matrimonio forzato; la possibilità di scegliere quanti figli avere e quando. Il mondo non profit, incluso quello delle organizzazioni internazionali, ha un fortissimo bisogno di competenze manageriali solide, da affiancare a competenze tecniche, più difficilmente importabili dal settore privato.  Purtroppo, normalmente i manager validi preferiscono perseguire carriere sicuramente più remunerative e più versatili.  Negli Stati Uniti, l’osmosi è già più frequente – magari verso la fase conclusiva della carriera. Ma in Italia, sono in pocchissimi a fare scelte di questo tipo. Vorrei che alcune delle vostre lettrici e dei vostri lettori, leggendo questa intervista, riflettessero e pensassero di fare una scelte simile alla mia. Il mondo sarebbe loro grato!

 

2) Di che cosa si occupa all’UNFPA (United Nations Population Fund)?

In questi 11 anni  ho rivestito ruoli diversi, tutti molto  motivanti, e, in qualche modo, in  linea con il mio passato di consulente nel settore privato. Mi sono occupata di ristruttrazione, change management e riforma delle Nazioni Unite; sono stata lo Special Adviser sul temi di management ad un Assistant Secretary General; e sono stata il Project Coordinator del più grande programma di pianificazione famigliare delle Nazioni Unite. Da gennaio di quest’anno, mi occupo di partnership tra UNFPA e il settore privato, ossia aziende, fondazioni e individui. Tradizionalmente le Nazioni Unite hanno lavorato soprattutto con i governi e con le NGOs (non-governmental organizations).  Negli ultimi anni l’importanza di lavorare con il settore privato facendo leva sui suoi vantaggi comparativi è diventata sempre più evidente. E a settembre del 2015 i governi hanno adottato un nuovo framework per lo sviluppo – i Sustainable Development Goals – in cui le public-private sector partnerships sono state riconosciute come un fondamentale pilastro per assicurare che risorse risorse finanziarie e competenze possano essere mobilizzate in maniera efficiente e efficace per promuovere lo sviluppo sostenibile. Una nuova sfida, quindi, che richiede, oltre ad una solida conoscenza di quello che le Nazioni Unite, e in particolare UNFPA fanno, capacità di markerting e vendita, nonchè la creatività per identificare possibili e innovative partnership, e la visione strategica per far sì che queste collaborazioni creino un effettivo valore aggiunto, e siano sostenibili nel medio lungo termine.  Le aziende, negli Stati Uniti, in Europa e, finalmente anche in Italia, stanno sempre più cominciando a guardare a programmi di sostenibilità e corporate social responsibility come sine qua non per il business. Ed è importante avere qualcuno che parli un linguaggio che loro possano capire e che le aiuti a valutare i ritorni di questo tipo di investimenti.  

Qual è un ingrediente particolare per il successo alle UN? Secondo me capitalizzare sulla diversità – sia culturali che di background lavorativo. Alle UN lavorano professionisti provenienti a tutto il mondo e con background accademici e professionali molto diversi. Lavorare con colleghi e gestire persone provenienti dai contesti più disparati è  una sfida molto interessante.  Ciò che in una cultura è normale, adeguato, magari anche divertente, in altre culture può non esserlo affatto. Una situazione che un ingegnere o un laureato in Economia e Commercio approccerebbero in un certo modo, viene affrontata in modi del tutto differenti da esperti di relazioni internazionali, medici, o demografici. La sensibilità e il rispetto sono imperativi. Così come la capacità di capire il valore aggiunto che ciascuno può portare.  E’ importante capire come stabilire una connessione individuale con ogni persona, con apertura e dialogo, capitalizzando sulle diversità e facendone la ricchezza di un team. Capitalizzare sulla diversità vuole anche dire capitalizzare sulla propria diversità. Se all’inizio mi sentivo – ed ero! – differente perché proveniente dal settore privato, ho imparato che era inutile cercare di voler rientrare nel coro e che anzi, la mia prospettiva, spesso in controcorrente rispetto a quella degli altri, era quella che spesso aiutava a smuovere una impasse e a risolvere un problema. E ho imparato a fare della mia “italianità’” un asset – l’accento (se accompagnato da una grammatica impeccabile, può davvero essere un plus!), il senso dell’umorismo, e il calore nell’avere a che fare con le persone  – tutte cose che sicuramente mi hanno dato una spinta in più.

 

3) Quali sono i suoi modelli di ruolo?

Ho avuto la fortuna di lavorare direttamente con Thoraya Ahmed Obaid, Direttore Esecutivo del UNFPA fino al 2010.  Attivista fin da giovane. Dr. Obaid è stata la prima donna saudita a vincere una borsa di studio per frequentare l’università negli Stati Uniti. Si è battuta per tutta la sua carriera per i diritti delle donne. E’ difficile da spiegare, ma, nonostante la sua totale umiltà, Dr. Obaid ha una presenza tale da far sentire piccolo chiunque altro. Le sue parole – piene di rabbia (rabbia positiva), determinazione e visione – fanno venire la pelle d’oca! Per parlare di un modello conosciuto a tutti c’è poi Malala Yousafzai – che ovviamente non ha bisogno di introduzioni.  E poi, nel mio lavoro, ho avuto la fortuna di conoscere tante e tanti Malala – giovani leader animati da una passione fuori dal comune, convinzione, forza, visione. Giovani che nei loro Paesi lottano per dare ai loro coetanei e alle loro sorelle e fratelli più giovani, l’accesso a diritti umani di base. Parlare con questi giovani, lavorare con loro è fonte di ispirazione quotidiana. Da questi giovani, io – e, sinceramente, credo un po’  tutti – abbiamo veramente tanto da imparare.

 

4) Un augurio ed un consiglio ad Elena

Mi auguro di non perdere mai la passione e l’energia, di sapere continuare a reinventarmi, e di un giorno riuscire a trovare il perfetto connubio professionale tra New York e l’Italia!

 

5) Un augurio ed un consiglio a LeadingMyself

Innanzitutto un ringraziamento per il lavoro che state facendo. Ve lo hanno già detto in molti altri, ma faccio l’eco sottolineando che, in Italia soprattutto, c’è moltissimo bisogno di promuovere modelli di ledership al femminile, in settori ed attività diversi. Il lavoro che state facendo è importantissimo, per dare a donne giovani, ma anche a professioniste già affermate spunti di riflessioni sempre nuovi. Il consiglio è quello di continuare così – con entusiasmo e passione – come state facendo. E – come ho detto prima – l’augurio, è anche che, grazie a LeadingMyself, professioniste e professionisti possano decidere di voler diventare leader in settore diversi da quelli a cui avevano inizialmente pensato, e dare una mano a mettere in ordine qualche tassello di mondo.

a cura di Cristina Cinalli e Barbara M.

elena pirondiniElena Pirondini è laureata in Economia Aziendale, con 110 e lode, alla Bocconi, ha un MBA dalla Harvard Business School ed una certificazione executive in organizzazioni non-–profit alla New York University. Dopo 7 anni in consulenza direzionale in Europa, occupandosi di progetti di strategia e riorganizzazione, ha fatto un salto di carriera ed è andata a lavorare all’ONU a New York – prima al United Nations Office for Project Services e poi al United Nations Population Fund. In 11 anni all’ONU, ha rivestito vari ruoli occupandosi prima della ristrutturazione di due agenzie, di riforma delle Nazioni Unite, e del coordinamento del più corposo progetto UN di pianificazione famigliare ($200 milioni/anno). E’ stata Special Adviser a un Assistant Secretary General e attualmente di occupa di partnership con il settore privato. Nel (poco) tempo libero, Elena cerca di trarre il meglio da tutto ciò che una città come New York può offrire.