Il gioco perfetto. Imparare le pari opportunità giocando

il gioco del rispetto

È divertente pensare a come tante volte i “casi di successo” nascano da percorsi imprevisti e spesso lontani dalla nostra comfort zone. Per tutta la vita ho sempre coltivato il talento della scrittura, prima per piacere e poi per lavoro. Nasco professionalmente come copywriter, termine inglese che può essere tradotto come “la figura creativa che cura ossessivamente i testi dei messaggi pubblicitari ovunque debbano comparire”. Ora si sa, la creatività è un processo difficile, tortuoso, spesso doloroso. È un atto di grande ribellione, che nel mio caso non si è limitato alla vita professionale. Nel 2009 infatti, dopo aver avuto il secondo figlio, con quel tipico senso di onnipotenza che accompagna le neo madri, questa ribellione ha oltrepassato i confini professionali, arrivando presto a toccare ambiti sociali e culturali più vasti.

La seconda maternità mi aveva messa di fronte a una realtà direi molto cruda: l’Italia non è un paese per donne. Avere un figlio, ancora oggi, determina l’emarginazione sociale della maggior parte di noi, che improvvisamente non siamo più tagliate per lavorare o per continuare a fare qualsiasi cosa facessimo prima della gravidanza. Non va comunque meglio alle donne che non hanno figli, perché potrebbero comunque averne, come se fossero delle bombe a orologeria pronte a deflagrare alla prima riunione di lavoro. Arrivate ai 30 anni, anche se ci siamo laureate, abbiamo un master, un PhD all’estero, parliamo quattro lingue, noi donne scopriamo improvvisamente che i nostri ex compagni di classe, che nel frattempo sono riusciti a laurearsi dopo cinque anni fuori corso, ora ricoprono in azienda posizioni meglio retribuite e meglio riconosciute della nostra. I dati ci dicono che le donne in Italia si laureano prima e meglio dei colleghi uomini, ma che poi fanno più fatica a trovare lavoro. Quando lo trovano poi, a parità di competenze, arrivano a guadagnare fino al 17% in meno rispetto ai colleghi. E non parliamo dei colloqui di lavoro, dove ancora oggi i selezionatori ci chiedono se abbiamo intenzione di avere dei figli. Ancora, sempre in Italia, secondo l’Istat, il carico dei lavori domestici è ancora per circa il 70% a carico delle donne, nonostante lavorino lo stesso numero di ore degli uomini. Ancora, sempre in Italia, quando si parla di stupro, si discute sul tipo di abbigliamento indossato dalla vittima. E ancora, sempre in Italia, quando si parla di femminicidio, si usano ancora parole come “delitto passionale” o “gelosia” o “amore folle”.

Date queste premesse, dopo il mio secondo figlio, ho unito la passione per la scrittura a quella per la lotta alla discriminazione. Ho aperto un blog che si chiamava Donne in ritardo, ho iniziato a collaborare con il centro antiviolenza della mia città, ho conosciuto tante donne che avevano perso il lavoro dopo la maternità, o che avevano subito mobbing per le più svariate ragioni e alla fine ho concretizzato tutto questo in due progetti ambiziosi. Il primo è stato LABY – Coworking & life, uno spazio di coworking dove le donne possono lavorare e fare rete tra loro mentre nella stanza accanto educatori ed educatrici si prendono cura dei loro figli o figlie. Il secondo è stato il Gioco del rispetto, nato dalla collaborazione con la psicologa Lucia Beltramini e l’insegnante della scuola dell’infanzia Daniela Paci, che da anni si occupano di formazione e ricerca sulle tematiche di prevenzione alla discriminazione e alla violenza sulle donne. Lucia e Daniela sono l’anima scientifica e pedagogica di questo progetto.

Il Gioco del rispetto è un caso di successo. E lo è perché centra appieno un bisogno che le donne in Italia hanno, consciamente o inconsciamente: il bisogno disperato di non essere più discriminate.

Questo progetto nasce nel 2013 con un contributo della Regione Friuli Venezia Giulia per le Pari Opportunità e consiste in un percorso di formazione per insegnanti della scuola dell’infanzia a cui viene consegnato anche un kit ludico-didattico, che insegna il rispetto tra i generi con il metodo del gioco. Può una bambina giocare sognando di essere un’astronauta? Può un bambino giocare sognando di fare il ballerino? Può una bambina giocare a calcio? Può un bambino piangere e mostrare le sue emozioni? Possono bambine e bambini seguire i loro talenti senza che questi debbano forzatamente rispondere a ciò che “è giusto” che faccia una femminuccia o “è appropriato” che faccia un maschietto? Possiamo smetterla di chiamare “maschiaccio” una bambina che si arrampica su un albero, o di chiamare “femminuccia” un bambino che gioca con una bambola? Queste sono le domande che si pone il Gioco del rispetto, un insieme di attività che hanno l’obiettivo di scardinare gli stereotipi di genere, che ci ingabbiano in ruoli che spesso ci impediscono di realizzarci veramente emotivamente e nella vita e che giustificano poi, quelle discriminazioni che subiscono le donne – e in molti casi anche gli uomini – da adulte.

Il progetto è nato in partnership con l’Università degli Studi e con il centro antiviolenza di Trieste. Nel 2014 è stato adottato dal Comune di Trieste che l’ha proposto alle scuole dell’infanzia della città. Dal 2016, a seguito delle tante richieste da parte delle famiglie, è disponibile anche in versione “home”, acquistabile da tutta Italia sul sito internet giocodelrispetto.org.

Nel frattempo, sempre più scuole e insegnanti ci chiedono di adottare il progetto, sia in Italia, sia all’estero, e stiamo partecipando a due bandi europei per la certificazione del metodo scientifico che sta alla base del progetto educativo. Perché quando si crede veramente in qualcosa, non ci sono più confini.

sito: /gioco del rispetto

facebook: gioco del rispetto