Erika Maderna: “Le nostre radici per comprendere il presente”

erika maderna

Da circa tre anni, cioè da quando ho pubblicato il libro Medichesse, giro per l’Italia facendo divulgazione sul tema affascinante della vocazione femminile alla cura. Il contributo delle donne alla scienza è un argomento ancora sconosciuto sotto molti aspetti, e la felice combinazione tra il femminile e l’arte medica è ricchissima di spunti di riflessione e trova profonda risonanza nella maggior parte delle persone che ho avuto modo di incontrare.

La scienza medica ha costituito, in tutte le epoche, un’insolita opportunità di espressione ed emancipazione: potremmo definirla una vera e propria fortezza del nostro sapere, oltre che una delle rarissime professioni concesse alle donne. Beninteso, con il permesso del mondo maschile… Certamente per necessità, ma anche per un implicito riconoscimento di valore. Le donne da sempre si sono occupate di cura: come sacerdotesse, come levatrici, erbarie, monache, alchimiste. Perfino come streghe. Sono state esperte raccoglitrici di erbe officinali e preparatrici di farmaci: il loro dominio era la materia, la quale è, appunto, mater: un’implicita ammissione!

Permettere alla donne di curare altre donne in un certo senso sollevava il medico maschio dall’incombenza di doversi occupare degli enigmi del corpo femminile: un sistema complesso fatto di cicli e di umori, che partecipava profondamente al mistero della generazione. Eppure, proprio le conoscenze legate alla sfera della fertilità hanno contribuito ad ampliare il divario tra il sapere femminile e quello maschile: le curatrici si affidavano a prassi empiriche, a competenze tramandate dall’oralità e approfondite dall’esperienza, lontane dall’approccio razionalista. Medichesse e ostetriche inoltre conoscevano le pratiche proibite della contraccezione e dell’aborto e rappresentavano per questo una minaccia alla medicina ufficiale; il sospetto che il loro sapere si alimentasse di dottrine occulte, esoteriche, legate alle superstizioni e alla magia, contribuì a gettare discredito sull’opera di queste figure, fino a portare alle estreme conseguenze. 

Lasciarci condurre in questo percorso significa perderci nell’immaginario archetipico delle divinità della cura e delle potenti maghe esperte di farmaci delle antiche civiltà mediterranee, per incontrare solo in seguito le figure che appartengono alla storia: alcune più timide, solo accennate, altre più autorevoli, talora straordinarie per prestigio e carisma: le sante curatrici del primo cristianesimo, o l’ostetrica bizantina Metrodora, che ci ha lasciato il più antico trattato di medicina ginecologica; e poi le due grandi protagoniste della storia della medicina medievale, la salernitana Trotula de Ruggiero e la grande mistica Ildegarda di Bingen. Le biografie e gli scritti di queste importanti scienziate svelano un’inattesa emancipazione, in tempi decisamente sospetti. Trotula insegnava ostetricia nella più prestigiosa accademia europea, la Scuola Medica Salernitana, e scrisse tre importantissimi volumi di medicina femminile che per secoli rimasero una sorta di bibbia della trattatistica ginecologica; Ildegarda, nel ritiro della vita claustrale, dialogava con i più influenti personaggi del suo tempo e, paradossalmente, in quello spazio straordinario che fu il monastero medievale, sfruttò l’opportunità di dedicare un’intera vita alla ricerca e al sapere. Un esempio di leadership, quello della badessa, che ci ricorda come la scelta vocazionale abbia talora rappresentato, per le donne, un insperato mezzo di affrancamento dalla sudditanza al potere maschile, oltre di accesso alla cultura. 

Le medichesse hanno lottato a lungo per affermarsi; non si sono sottratte alla propria vocazione, nemmeno di fronte alle persecuzioni e al martirio. Sono state bruciate sui roghi, a centinaia, ma hanno saputo rialzarsi. Da medichesse sono diventate donne medico, dopo aver percorso per secoli una strada in salita, attraverso conquiste progressive: l’accesso alle università, le prime lauree, il riconoscimento della parità nella pratica professionale; fino ad oggi, momento in cui assistiamo, per la prima volta, ad un sorpasso in rosa nelle immatricolazioni delle Facoltà di Medicina.

Credo fermamente che rivolgere uno sguardo alle nostre radici sia fondamentale per comprendere il presente. Il contributo delle grandi figure del passato ha molto da insegnarci, anche in fatto di leadership. Ci parla della grande tenacia delle donne nel perseguire gli obiettivi importanti, di talenti che hanno saputo imporsi nonostante difficoltà quasi insormontabili. E non solo nel campo della medicina, come ben sappiamo. La storia ci invita inoltre a valorizzare le peculiarità tipiche della polarità femminile, non tanto per marcare le differenze, quanto piuttosto per dare risalto al valore della diversità. Non abbiamo bisogno di essere maschi in gonnella per dare il nostro speciale contributo al mondo: sarà sufficiente ricordare che c’è stato un tempo in cui siamo state dee!

 

erica maderna

Erika Maderna, lombarda di origine, si è stabilita anni fa nella Maremma toscana, spinta dal richiamo della terra degli Etruschi. Laureata in Lettere Classiche all’Università di Pavia, vive a Grosseto, dove scrive articoli, traduzioni e saggi sulla cultura classica. Ha approfondito il tema della cosmesi nelle civiltà mediterranee antiche (Antichi segreti di bellezza, Aldo Sara Editore 2005), e nel 2007 ha pubblicato la prima traduzione italiana del trattato Sui segni celesti, dell’erudito bizantino Giovanni Lido, curiosa miscellanea di letteratura astrologica e oracolare.

Con Aboca Edizioni ha pubblicato Aromi sacri Fragranze profane: simboli, mitologie e passioni profumatorie nel mondo antico (2009), un viaggio attraverso l’immaginario aromatico delle civiltà del passato, e Medichesse: la vocazione femminile alla cura (2012), un omaggio al contributo delle donne al sapere medico, erboristico e cosmetico della tradizione occidentale. È attualmente in fase di stampa, per lo stesso editore, il suo ultimo saggio, Le mani degli dèi: mitologie e simboli delle piante officinali nel mito greco.

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