Marta Basso: please #StopWhining!

  • “Bulgaria?”
  • “Sofia!”
  • “Kazakhstan?”
  • “Astana!”
  • “E allora mmmh…. Sri Lanka?”
  • “Colombo!”
  • “Ma le sai tutte…”
  • “Ma se me le fai facili papà… proviamo l’Africa!”

Immagina una casa tappezzata di libri di storia. Immagina di sfogliare i miti illustrati e i romanzi di Gianni Rodari. Immagina Venezia. Immagina il Sudamerica: Peru, Uruguay, Paraguay, Colombia. Immagina il Messico. Immagina Madrid. Quale altra passione avrei potuto coltivare, se non la geografia? Galeotto fu il primo atlante che mi hanno regalato i miei. Sono sicura che oggi mio padre, e tutto il resto della famiglia che tediavo in sua assenza, sorride al solo pensiero di quei pomeriggi interi passati a ripeterci addosso capitali. Fosse esistito YouTube oggi sarei milionaria. Eravamo a cavallo del nuovo millennio ed era l’alba inconsapevole di una millennial mariner, quella definizione che oggi campeggia praticamente dovunque sotto il mio nome e che suscita tanto interesse. – “Ma che cosa vuol dire?” “È ispirato alla poesia “The Rhyme of The Ancient Mariner” di S.T. Coleridge, una poesia che mi ha segnato molto dai tempi della scuola e nel cui protagonista, mi riconosco” rispondo “da qui Millennial Mariner. Marinaio del nuovo millennio. Con l’unica differenza che solco cieli ed autostrade, ma con lo stesso bruciante cuore del marinaio del romanticismo inglese.” Ma è inevitabile: mentre rispondo così il mio pensiero non può non tornare a quella bambina. Vorrei si potesse materializzare lei, mentre studia sul suo atlante facendo viaggiare la sua mente ben al di là della sua stanza. Vorrei la potessi vedere: renderebbe ogni spiegazione perfettamente superflua.

Immagina questo mondo immenso in una stanza, in una casa, in un quartiere, in una città: Vicenza. Ma penso, serenamente, potrebbe trattarsi di qualsiasi altra provincia. Quella provincia che per quanto lontano vai, ti occuperà sempre prepotentemente il cuore, ricordandotelo nei momenti meno opportuni. Quella provincia italiana in cui i soldi sono cominciati a mancare già dalla fine delle scuole elementari, quella provincia in cui, dai banchi del liceo, sembrava ci avessero cancellato il futuro come la maestra cancellava le soluzioni dei problemi di matematica alla lavagna. “Adesso tocca a voi. Senza guardare.” sembrava dirci la vita. E così è stato.

A me è toccato che ho scritto una raccolta di poesie: “La Crisi Finisce L’Anno Prossimo”. Ero stanca dei notiziari, dei talk show politici, dell’inerzia generale che non ci teneva, peraltro, minimamente in considerazione. Ero giovane, e dunque, non contavo nulla. Figuriamoci durante la crisi. Ho analizzato le mie difficoltà e quelle dei miei coetanei, con le metafore che la mia mente creava tra i versi per rendere la realtà meno tremendamente amara. Ma hai ragione – non posso nascondermi: c’è sempre stata una punta di speranza. Quella punta di speranza che mi ha convinta a continuare a studiare, a sperimentare, a viaggiare, a inizare progetti nella vita professionale come in quella personale. Finchè la vita non mi ha messo davanti a un muro: continuare a fingere che la crisi finisse l’anno prossimo, o spaccarle la faccia. Potevo avere una punta di speranza, o scavare a mani nude per trovare il resto dell’iceberg sommerso nella terra ghiacciata. Ho, evidentemente, scelto la seconda.

Non è stato un caso che le tre cose che mi hanno cambiato la vita siano accadute da quel momento in poi. Quelle cose che non hanno alcun senso all’inizio, ma poi all’improvviso acquisiscono tutti i significati del mondo. In ordine: Hult, CEO for One Month, e Linkedin. Tutti e tre punti di svolta, per ragioni precise, che mi fanno solo pensare a quanti altri punti di svolta mi attendono nella vita. E tutto questo solo grazie alla consapevolezza che ho maturato dopo anni di attesa che la crisi finisse.

Mi chiedono sempre: “Perché il CEO for One Month l’hai vinto proprio tu?” e io rispondo sempre con due parole, quelle parole che ormai mi precedono: “Stop Whining”. Perché vedi, il talento non serve a nulla. La fortuna non serve a nulla. Anche il duro lavoro non serve a nulla. Tutto questo non serve a nulla se dietro non c’è una visione, un sogno e un carico di motivazione allucinantemente potente. La buona notizia, è che ce l’abbiamo dentro: quando da piccoli sognavamo di essere supereroi, non sognavamo altro che un carico di motivazione che ci spingesse ad aiutare noi stessi e gli altri. Che ci spingesse a fare della nostra vita un sogno. Ed ecco qual è l’egida #StopWhining, frutto di tante giornate di studio nei bui pomeriggi invernali, di tanti versi spostati dal cassetto alla bacheca di Facebook e di altrettanti aerei per crearli; e degli aperitivi in provincia con gli amici di sempre – momenti in cui, alla fine, la domanda che ti fai è sempre la stessa: cosa farò domani?

Non è vero che la mia generazione non ha la risposta a questa domanda. Semplicemente, non è mai stata spinta a cercarla abbastanza. E si sa che le soluzioni, molto spesso, sono quelle che abbiamo cercato ai quattro angoli del mondo, ma che in realtà sono sempre state nella nostra tasca. Come quella sera di fine agosto di qualche anno fa, in cui ho deciso che tra l’inerzia e il coraggio avrei scelto la seconda. Con mio enorme stupore, ma neanche troppo, non ero ad Amsterdam, a Siviglia o a Roma. Né a San Francisco, Londra o Berlino. Ero nel parco dietro casa mia. Quello che quand’ero piccola era un cumulo di macerie delle vecchie fornaci comunali, ricoperto di transenne e circondato da muri pericolanti, e suscitava per questo in me un fascino incredibile. Oggi è un parco che fa respirare il mio quartiere. Perché è tra i resti delle crisi, tra mattoni crepati e pareti scrostate, che si nasconde il coraggio. Dunque #StopWhining e andiamo, che se vieni con me a piantarci un semino ora, l’estate porterà con sé un piccolo alberello…

 

Marta Basso nasce 25 anni fa a Vicenza, è economista, imprenditrice e scrittrice. In realtà è moltissime altre cose e, per questo, le piace definirsi “Millennial Mariner”, ricalcando la sua formazione classico-linguistica ma riportandola alla contemporaneità, in cui solca cieli ed oceani per far sentire la voce dei suoi coetanei. E’ stata CEO for One Month di Adecco Group Italy nel 2017 e riconosciuta come uno dei migliori studenti del 2016 dal Parlamento Italiano. Da piccola giocava con i mappamondi e sapeva a memoria le capitali del mondo, ad oggi non è cambiata: ha vissuto in 3 continenti, e vorrebbe finire la collezione anche con gli altri 4. E’ sempre alla ricerca di una nuova lingua da imparare nonostante sia già poliglotta – al momento sta studiando PhP e Java. Musicista, studia da sommelier e scrive da quando era alle elementari. Alcuni cavalli di battaglia? La valorizzazione dell’innovazione early stage, il mismatch tra scuole e mondo del lavoro, l’approccio delle aziende ai millennials, l’imprenditorialità universale come soluzione alla povertà. Il suo motto è #StopWhining e ha fatto della guida all’empowerment personale una missione. Quando le chiedono il suo sogno nel cassetto, risponde che è quello di comprare la sua squadradi calcio del cuore. Da grande si vede come oggi, costantemente su un aereo, ma lasciandosi ispirare da sempre più persone.

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