Jesusleny Gomes: il mio cammino per esplorare ogni opportunità

Jesusleny Gomes

Ho una bella vita. Oserei dire quasi perfetta. Inutile negarlo o fare la modesta, ho tutto ciò che la maggior parte delle persone insegue per un’esistenza intera: due figli, un lavoro che mi piace e mi da soddisfazioni, una vita sociale interessante e stimolante. Sono arrivata a questo punto con le mie forze, lavorando sodo, impegnandomi, rischiando. Ho messo la faccia in tutto ciò che ho fatto. Normalmente il mio settore è a dominanza maschile e io, essendo donna e anche ex modella, ho avuto più di un ostacolo, le sfide sono da sempre parte della mia quotidianità.

Ma sono convinta che il nostro obbiettivo, nella vita, non debba essere solo questo. La realizzazione personale è fondamentale: guardarsi allo specchio, riconoscersi e sentirsi risolti e fieri di sé. È davvero solo questo il senso di tutto?

Mi è sempre piaciuta molto una frase del film “L’attimo fuggente”: “Molti uomini hanno una vita di quieta disperazione: non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogate nella pigrizia mentale, guardatevi intorno. Osate cambiare, cercate nuove strade.” L’ho sempre sentita molto mia. E credo che, mai come in questo momento, sia necessario e fondamentale non rassegnarsi, ma lottare, cercare nuove vie per essere felici e sereni, provare a riprendere contatto con la nostra parte più profonda e infantile e prendere contatto con ciò che ci circonda, sia il mondo intorno a noi che le altre persone. Io ho scelto di farlo anche condividendo sui social network la mia esperienza nel Cammino di Santiago.

Dalla scintillante serata di Capodanno sulle sponde dei canali veneziani a un’immersione totale in gelo, pioggia, fango e solitudine.

Cammino Primitivo: 14 giorni, un percorso difficile, dalle grandi pendenze, in sola compagnia di scarponi, zaino e “Francisco”, il bastone.

Ho voluto sfidare me stessa e i miei limiti, mi sono buttata in quest’avventura consapevole delle difficoltà, ma decisa ad arrivare fino in fondo, convinta che l’impegno e lo spirito di sacrificio possano farci arrivare ovunque.

Ho scelto di calarmi nella parte di pellegrina non perché mi sento inadeguata nel mondo, ma per dimostrare a me stessa, ai miei figli e anche ai più giovani che non siamo schiavi della gabbia di convenzioni in cui la società ci ha imprigionato, relegandoci a un determinato ruolo e facendoci credere che nulla può cambiare.

Siamo liberi di creare le circostanze, siamo padroni di noi stessi e della nostra felicità: se si trova un equilibrio interiore si può essere felici in un mondo dove il corpo è troppo veloce e complesso rispetto alla semplicità della nostra anima.

Ho voluto comunicare tramite le dirette Facebook, durante le quali diversi amici di ogni età, nazione e stato sociale hanno seguito increduli la mia avventura, dandogli prova tangibile che anche la vita di tutti giorni è un “cammino”.

Credo e spero che vivere il Cammino di riflesso, attraverso i miei occhi, le mie gambe e le mie parole, possa essere d’aiuto per persone che si trovano in difficoltà e non vedono una via d’uscita, che pensano di arrendersi alle avversità della vita e non vedono più ragioni per combattere. Non è stato facile arrivare in fondo. Il freddo, il fango, la fatica, molte cose avrebbero potuto intralciarmi e farmi desistere. Ma ho continuato, passo dopo passo, chilometro dopo chilometro.

Non ho permesso che nessun ostacolo mi fermasse, sono andata avanti, anche quando la fatica è diventata tanta e la nostalgia di casa ha iniziato a farsi sentire.

Non mi sono fermata. Ho tirato dritto, godendo delle discese che incontravo, ansimando sulle salite, ammirando il paesaggio che mi si presentava davanti, apprezzando tutto ciò che mi circondava e mi ricordava, ogni istante, di essere viva. Ho fatto affidamento su me stessa. Sempre. Anche quando non pensavo di potercela fare. Anche quando mi sembrava impossibile. E ci sono riuscita. Perché il Cammino di Santiago è una perfetta metafora della vita. Non sai cosa ti succederà, chi incontrerai, con chi condividerai un pezzo di cammino: qualcuno ti seguirà per molti chilometri, qualcun altro lo perderai dopo pochi istanti, a volte sarai tu ad aver bisogno di seguire, accelerando il passo fino a non poterne quasi più. Ti sembrerà anche di aver sbagliato strada, perché forse avresti dovuto girare al bivio prima e invece hai tirato dritto. Ma ogni volta che mi sembrava di essere arrivata al limite massimo e di non poterne più, sono riuscita a trovare dentro di me e negli altri risorse inaspettate, che non pensavo di avere, dove non arriva il fisico ci vuole la testa.

Ho preso il meglio da tutto quello che mi è successo e ho scelto di condividerlo con gli altri, di mostrare come sono stata in grado, da profana, di affrontare un percorso proibitivo, in un periodo dell’anno particolarmente rigido, e di portarlo in fondo.

Il messaggio è che arrivare è meraviglioso. Ma non è fondamentale. Le cose migliori, le esperienze di maggiore significato, le ho vissute nel mentre, tante volte senza quasi accorgermene. Ho imparato a dare importanza ai piccoli particolari, ai sorrisi, alle mani tese, ai regali inaspettati, ai raggi di sole che improvvisamente squarciavano il cielo e mi facevano sentire un po’ meno la fatica. Perché se è assolutamente vero che è la destinazione finale il motore che ci convince a partire, non sono da meno le emozioni e sensazioni che ci rimangono sulla pelle durante il cammino.

Siamo talmente ossessionati dall’arrivare da qualche parte, che troppo spesso ci dimentichiamo del motivo che ci ha spinti a partire. Anche nella vita di tutti i giorni, siamo subissati di messaggi e obiettivi, non facciamo che correre e affannarci dietro a qualcosa che ormai non sappiamo più nemmeno cosa sia, che spesse volte non abbiamo idea di chi abbiamo incontrato nel mentre, dei volti, delle voci che ci hanno circondato. Vediamo l’altro da noi solo come metro di confronto: è necessario arrivare più in su degli altri per potersi dire felici. Ci basta davvero? Se non succede, siamo dei miserabili falliti? Quando l’avremo raggiunto, potremo davvero dirci realizzati? Io penso che, come ho letto in un libro, fondamentale non sia trovare le risposte, ma continuare ad avere il coraggio di farsi domande. E partire per nuovi viaggi, aggiungo. Andare, seguire il vento e smetterla di essere egoisti che pensano ognuno al proprio orticello. Aprirsi al mondo e a ciò che di splendidamente inaspettato c’è la fuori, tendere una mano e non aspettare sempre che venga tesa.

Bisogna mettersi in gioco, rischiare, prendere mazzate che tramortiscono e nonostante questo andare avanti, ricominciare a sperare e a vedere il bello di ciò che c’è intorno a noi. Perché alla lunga, anche quando sembra che non ci sia più speranza né futuro, credendoci veramente, secondo me un modo per reinventarsi e risorgere dalle proprie ceneri si può trovare. Bisogna rischiare. Tanto. Accettare l’eventualità di fallire ancora e non perdere di vista ciò che di buono c’è stato; imparare e fare tesoro di tutto e non commettere l’errore di chiudersi e smettere di far entrare quello che c’è fuori. Perché è attraverso lo scambio e l’incontro di vite che possono nascere opportunità nuove e belle e fruttuose. L’immobilità non è mai la soluzione. Può sembrare una via, per non soffrire, per non pensare, per aspettare che il dolore o la paura o l’angoscia passino. Io invece credo che lottare e mettersi in gioco e rischiare e partire siano la risposta. L’ignoto fa sempre paura, spaventa, non dà garanzie. Non avevo idea di cosa sarebbe successo lungo il cammino né di cosa avrei visto. Ma so che è la persona che è partita non è la stessa che è tornata. Ho assecondato il cambiamento, l’ho interiorizzato e fatto mio.

Voglio che il mio messaggio arrivi a più persone possibili: mettersi in gioco è la via, intraprendere un cammino ricordandosi che non siamo eremiti, ma pellegrini su questa terra e, come tali, dobbiamo esplorare ogni opportunità concessaci dalla vita.

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