Jacopo Mele: “Donne, custodi del futuro”

Jacopo Mele

Nella storia dell’umanità le donne hanno sempre ricoperto un ruolo fondamentale, e ciò diventa vero adesso più che mai. In un momento storico in cui ci connettiamo sempre di più a internet e sempre di meno con noi stessi, loro restano le antiche custodi della strada che porta a casa, la strada che porta a sé. Più dell’uomo sanno nutrire il legame con la Terra, apprenderne i tempi biologici. Sono destinate a padroneggiare le leggi della natura da sovrane, in grado di meglio apprezzare la reale velocità delle cose, come dei tempi che governano il nostro equilibrio psicofisico.

Viviamo in una società sempre più veloce, costretta a prendere scelte in modo sempre più rapido ma senza mancare di lungimiranza. Per farlo abbiamo bisogno di conoscere i cicli temporali delle cose ed essere pienamente consapevoli dei nostri limiti.

Le mie colleghe donne dimostrano spesso maggiore lucidità in questo senso, ma questa grande consapevolezza dei limiti a volte gioca contro perché le porta a rifiutare sfide che reputano impossibili. Ne consegue che pur essendo le donne i manager del futuro, ad oggi abbiamo poche palestre che le avvicinano a sfide impossibili.

Una volta ho chiesto a mia sorella come mai le donne raramente accettano sfide impossibili, mi ha risposto “perché siamo persone serie”. Le donne, custodi del dono della maternità, sono dotate per natura di un senso di responsabilità e al contempo del rischio probabilmente molto più forte di noi uomini. Osservare, proteggere, preservare, considerare i pericoli, sono azioni che appartengono alla saggezza del corpo e della mente femminile.

L’epoca in cui viviamo ci impone l’interiorizzazione di nuovi ritmi di vita, ma nel farlo dovremmo mantenere la consapevolezza del tempo umano e tornare ad apprezzarne tutte le versioni: da quella veloce a quella lenta, da quella noiosa a quella vivace, e per farlo dobbiamo dedicare tempo di qualità alle relazioni con gli altri e a noi stessi.

Per innovare bisogna saper convivere con la lentezza e la noia. La noia spinge la nostra creatività ad entrare in azione, a lavorare per creare qualcosa partendo da zero. Fin da piccoli dobbiamo imparare a non fuggire dalla noia e dal tempo lento. È necessario apprendere fin dai primi anni di vita l’arte di sedere con la noia, e trasformarla in creatività. Il tempo lento ci spaventa, perché tutto sembra fermo ed è molto più difficile restare fermi che perpetuare un movimento incessante senza fermarsi mai a pensare, a creare qualcosa in quel nulla sacro. La relazione madre-bambino è un ottimo esempio di pazienza e di sopportazione della lentezza che comporta ogni processo di creazione: le mamme africane che trasportano sulla schiena i propri piccoli ci ricordano come un gesto fisicamente (in altri casi mentalmente) impegnativo produce un altissimo guadagno, che in questo caso si traduce in una ricchezza emotiva, un senso di radicata sicurezza emotiva che non smetterà mai di accompagnare il proprio bambino nemmeno nella vita adulta. 

L’arte della pazienza e della cura costante consente lo sviluppo di una buona struttura emotiva che faciliterà i bambini di oggi e gli uomini di domani nelle scelte più difficili della propria vita, e li preparerà ad affrontarne gli stravolgimenti. 

I bambini che giocano con i sassi e le ruote di legno saranno più pronti al cambiamento rispetto a quelli che giocano con l’iPad. Quando c’è una sana educazione emotiva, diventa più facile valicare nuovi confini.

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Jacopo Mele: sono un Digital Life Coach.
La mia passione è esplorare le nuove soglie dell’innovazione attraverso i network di persone e le nuove tecnologie. Ho scritto le prime righe di codice a 7 anni, e il mio primo team sono stati i miei tre fratelli. A 12 anni, ho iniziato a sviluppare siti web. Più avanti, a 15 anni, ho iniziato a produrre video musicali che hanno raggiunto più di 15 milioni di visualizzazioni. Tutto questo mi ha portato a studiare marketing. Contemporaneamente, assieme al mio team Uzenzu, sviluppavo app mobile. Compiuti 18 anni, sono entrato nel mondo della consulenza per aiutare i manager delle aziende nelle scelte strategiche. Da allora, mentre continuavo a lavorare come consulente, sono stato nominato Presidente della Fondazione Homo Ex Machina e invitato a far parte del Board Junior di Prioritalia – un’associazione che rappresenta 500,000 manager italiani. Ad oggi, sono Chief Strategist di Bioimis – una piattaforma di nutrizione personalizzata – e Managing Partner di YourDigital – una boutique di consulenti specializzati in Digital Transformation.
Forbes mi ha inserito tra i 30 under 30 più influenti nella politica europea, Wired consiglia di tenermi d’occhio nel 2017 insieme ad altri 50 Leader globali. 

Un commento su Jacopo Mele: “Donne, custodi del futuro”

  • Luca

    “Quando hai fretta, rallenta il passo.” Non ricordo chi lo scrisse, ricordo la prof. di italiano che me lo disse.

    Io vengo dalla campagna. Mia madre da una famiglia mezzadrile, ha conosciuto il lavoro sul campo (letteralmente) molto giovane. A 50 anni ha preso un pezzo di giardino e lo ha trasformato in un orto da 120mq nonostante i dolori alle gambe e alla schiena avessero consigliato il contrario. La mia compagna, amazzone, ama quasi più gli animali delle persone. Io neanche avrei una costanza di vita tale da permettermi un gatto.

    Innovare costantemente, disfare e rifare ma meglio, è una psicosi contemporanea. Tenerci impegnati nel lavorío e nella sfida continua del superare sempre nuove Colonne d’Ercole è un diversivo utile per evitare di domandarsi “perché”.

    È evitare di scendere a patti con l’idea che la cura richieda tempo. Che si misuri sulle piccole cose. Che guardando una cosa crescere poco alla volta ti sembra che non succeda niente e poi un giorno la vedi con occhi diversi e capisci che hai lavorato per qualcosa e avevi ragione anche se altri non ti credevano. È farlo sapendo di non poter mai controllare tutte le variabili nè replicare perfettamente il percorso.

    In una società dominata da un linguaggio maschilista, predatore, pervaso di metafore incitanti alla lotta, all’emergere sopra e anche un poco a discapito degli altri non è che le donne non sanno descriversi: non vogliono. Non riconoscono se stesse in questo universo economico-linguistico che abbiamo creato per non sentirci dei fuchi.

    La buona notizia è che anche grazie alle tecnologie, come i social network, si stanno organizzando.

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