Impresa a Verona, un racconto al femminile

Venerdì scorso al Polo Zanotto dell’Università di Verona si è tenuto un seminario curato dalla Camera di Commercio di Verona, intitolato “Le donne di Verona nel  mondo”: di fatto, la presentazione di un interessante studio, condotto dalla prof. Marta Ugolini, il cui obiettivo era analizzare il dinamismo dell’impresa femminile (che spesso risulta maggiore).

I primi interventi hanno introdotto alla platea, costituita per la maggior parte da giovani universitari (o, meglio, universitarie) la tematica della mattinata: l’impresa veronese declinata al femminile.

Un’impresa che è stata dipinta come vivace e dinamica, ricca di sfumature e soprattutto di storie belle. Perché, senza dubbio, il filo conduttore è stato il racconto, la narrazione di storie d’impresa che le donne scelte come testimonial hanno saputo costruire e diffondere. Per dirla con il presidente Riello, “le donne intervistate sono donne che sanno valorizzare le relazioni e trasformare gli incontri in occasioni di business”: ne risulta privilegiato, insomma, l’aspetto relazionale.

Si parte dai dati, che parlano di crescita: a Verona, infatti, le imprenditrici sono oltre 39 mila (un quinto del totale), 18 mila delle quali alla guida di aziende femminili (ovvero quelle con almeno il 50% di soci donne). I numeri dicono, poi, che le imprese femminili sono più dinamiche (presentano un saldo positivo tra aperture e cessazioni) e questo è ancora più vero quando si tratta di imprese giovanili.

Cosa emerge dallo studio della prof. Ugolini, che si basa su interviste a quattro note imprenditrici veronesi? Innanzitutto l’importanza del valore della continuità e dell’impegno giorno per giorno; in secondo luogo, che le donne sottolineano la rilevanza assoluta del capitale relazionale; infine, che la narrazione è fondamentale: bisogna parlare di ciò in cui si crede.Tutte, inoltre, fanno del loro business un particolare tipo di turismo, portando clienti e fornitori nel territorio e valorizzandolo, affermando con forza la cultura dell’accoglienza.

Il ‘sugo’ della mattinata universitaria sono, dunque, le interviste alle quattro imprenditrici protagoniste dello studio, vera fonte di ispirazione per le tante ragazze in sala. Sedute sul trono faraonico di Aida (particolare scelta scenografica) e sempre introdotte da un video emozionale, hanno saputo raccontarsi con calore e simpatia, interpretando al meglio il ruolo di modelli per le giovani in sala.

Marilisa Allegrini, regina dell’Amarone, ha fatto del racconto la propria missione, agendo come ambasciatrice nel mondo non solo dei prodotti e del Gruppo Allegrini che presiede, ma anche dell’intera Valpolicella, delle sue bellezze e della sua cultura. Racconta come il padre, grande innovatore da cui ha ereditato l’azienda, le abbia insegnato ad accettare sfide e affrontare il rischio con impegno. Cosa che lei, pur inizialmente rinunciando alla professione medica, ha fatto con dedizione e passione, mossa dall’amore per la sua terra e per tutto ciò che offre. Inclusa l’arte, la cui valorizzazione ritiene essere non solo un favore all’azienda, ma una grande necessità. Da qui l’idea di etichette d’autore, ma anche le partnership e i progetti con Guggenheim ed Hermitage. Indefessa viaggiatrice, testimonia come l’Italia all’estero susciti sempre fascino ed esorta a trasmettere nel mondo il messaggio di cosa siamo capaci di fare.

Anche per Silvia Nicolis, presidente dell’omonimo Museo (un bellissimo esempio di heritage marketing), creatività, comunicazione e cultura sono al centro della narrazione aziendale. Alle studentesse spiega come non per tutti sia facile esporsi nella comunicazione pubblica, soprattutto quando si esce dai propri confini: bisogna imparare ad abitare il mondo e conoscere le altre culture. Davvero interessante il passaggio in cui parla dei propri ruoli istituzionali, esperienza che ritiene essere una grande scuola: “significa confrontarsi con altri imprenditori, continuare a formarsi e prendere conoscenza di tutto il territorio”. Farsi carico, insomma, di responsabilità sociale, senza mai confondere i ruoli con le poltrone: l’interesse da tutelare è quello della collettività, non il proprio. Bravissima, poi, quando esorta i giovani a non fossilizzarsi sul lavoro ‘fisso’, a impegnarsi per concretizzare i propri talenti, perché quella che stiamo vivendo non è crisi, bensì cambiamento. 

Chi, invece, nelle istituzioni preferisce lavorare dietro le quinte è Diana Venturato (membro CdA di Samo Industries), che rifiuta i ruoli di presidenza ma è felice di far parte dei comitati, dove “si creano sempre belle collaborazioni”. Il profondo legame con i valori e la visione d’impresa solidale e innovativa si toccano con mano quando descrive gli obiettivi della propria azienda, molto impegnata nel conciliare famiglia e lavoro. Da tempo, infatti, attua una serie di iniziative per il benessere dei dipendenti, dalla sala relax in ogni stabilimento a convenzioni con gli esercizi del territorio (anche qui molto valorizzato) che permettono di svolgere commissioni con flessibilità di orario, guadagnando così tempo per la sfera famigliare. 

Gabriella Reniero (Dr. Reniero & Associati), infine, ha un’attività che la porta a lavorare soprattutto all’estero e quindi a spiegare come, approcciando culture molto diverse dalle nostre (ad esempio quella araba), sia importante capire la loro mentalità senza giudizio, con un approccio che non sia mai chiuso e rigido. Allo stesso tempo, c’è necessità di valorizzare il nostro senso di appartenenza all’Italia, senza sminuirci e anzi cercando di affermare il nostro alto potenziale. Giovane donna di successo, con semplicità afferma che è importante ribadire le qualità della donna in un mondo che ancora è molto maschile: è (giustamente, n.d.r.) convinta che noi donne dobbiamo fare in modo che ci sia più spazio per noi; diventare imprenditrici non significa mascolinizzarsi o rinunciare ad altre cose, spetta a noi dimostrare di poterci coordinare con il mondo imprenditoriale maschile, benché resti compito delle istituzioni favorire questa collaborazione e una maggiore flessibilità.

Sono uscita da quell’auditorium con un bel bagaglio di storie nelle quali ho trovato un senso di dignità e di impegno che ritengo fondamentale, quella voglia – che condivido e che non è solo, ma forse prevalentemente, femminile – di mettersi a fare senza badare alla stanchezza, con testa e cuore rivolti ad un obiettivo che ci piace raccontare come bello, condivisibile e utile. Io questa la chiamo grandezza e sono contenta di averla potuta ascoltare.

 

Lucia Corona Piu
@treluci