Francesca Isola: “Il nuovo vestito di LeadingMyself!”

 Quando, da bambina, guardavo i cartoni animati della Walt Disney, mi sono sempre posta una domanda: perché le principesse sono sempre vestite uguali?

Non me ne davo pace.  Mi sentivo in colpa (guarda caso; il senso di colpa per noi donne è meglio del nero, ogni occasione è buona per indossarlo) … in colpa, sì, perché io avevo vestiti per la scuola, per andare in gita, per lo sport, per le feste delle amichette, avevo pigiami, costumi da bagno, stivali da pioggia … loro no! Niente, non c’era verso, loro erano felici e contente PER SEMPRE, però non si cambiavano MAI! E infatti – l’ho capito molto tempo dopo – anche la loro vita non cambiava mai.  Ma davvero un vestito può essere così importante? Il famoso “non ho niente da mettermi” che periodicamente proclamiamo, con massima onestà e serietà, di fronte ad un armadio straripante di vestiti, ha a che fare solo con la nostra immagine o con qualcosa di più profondo?  Diceva qualcuno (chi lo diceva? Di sicuro non era Cenerentola): “Spesso, pur di non dover buttare via i vestiti che non vanno più bene per noi, fingiamo di andare bene noi per loro”.

Non ricordo chi l’ha detto, ma so che ho sentito quelle parole arrivarmi dritte al petto, come un dito puntato, una precisa esortazione a ripulire il mio guardaroba esistenziale; abiti e abitudini (la radice della parola, in fondo, è la stessa), e quindi situazioni, relazioni, atteggiamenti, ruoli che per un po’ mi erano andati bene, ma che nel tempo, crescendo, erano diventati troppo stretti. “Cosa aspetti a liberartene? – mi chiedeva la vita – ho in consegna per te una carico di meravigliose nuove opportunità, ma se tu non fai un po’ di spazio, io come faccio a mandarti il corriere?”.  E così, in un attimo, io ero lì, legata alla porta dell’armadio come Ulisse all’albero maestro, con la cera nelle orecchie per non ascoltare le voci di dentro (e di fuori) che mi spingevano a cambiare.  La parte più difficile è sempre questa: non tanto accettare il nuovo, quanto lasciare andare il vecchio.

Eh già, anche in questo caso Cenerentola docet  …   Mi chiedo se certi dettagli nelle favole Disney li notavo solo io … vediamo: quando la fatina informa Cenerentola che, se non si cambia il vestito, al ballo non la fanno manco entrare (locale esclusivo quello del Principe, con rigida selezione all’ingresso, chiaramente un antesignano dei nostri Billionaire), la brava Cinderella non oppone la minima resistenza e si tuffa felice e contenta nel suo nuovo abito scintillante con duecento sottogonne di tulle, taffetà, organza e chi più ne ha più ne metta, ma (ecco il dettaglio!) quando a mezzanotte scade il contratto di dress-sharing stipulato con la fatina, come ci appariva Cenerentola sullo schermo? Nuda? In sottoveste? No!!! Colpo di scena: Cenerentola, assoluta icona della nostra infanzia (io avrei dato qualunque cosa pur di poter andare a una festa vestita come lei), sotto l’abito meringa e le scarpine di cristallo, indossava ancora il suo tutone da casa e le ciabattone di spugna!!! Noooo!  Giuro che non avrei voluto essere io a evidenziare questo triste particolare, ma la Jessica Fletcher che è in me non si può tirare indietro di fronte alla verità; e appunto, come dicevamo, indossare abiti nuovi è facile, è togliersi quelli vecchi che è difficilissimo!  Forse perché non ce lo hanno insegnato? Forse perché c’è sempre stato, ad ogni angolo della vita, qualcuno pronto a rifilarci una bella maschera da indossare per ottenere questo o quell’altro risultato, per piacere al mondo, per essere ammesse al ballo, per fare bella figura … “specchio specchio delle mie brame chi è la più bella del reame?” “Sei tu mia regina”. “Ah, meno male!” “Non sei più tu mia regina” “Ah, molto male!” E via, un’altra maschera. E un’altra, un’altra … 

Si parla tanto di empatia, di imparare a mettersi nei panni degli altri, ma perché nessuno ci invita mai a metterci nei NOSTRI panni? Quelli veri e autentici dei nostri desideri, delle nostre risorse mai indossate, delle esperienze che vorremmo fare, dei rischi che ci va di correre, della noi (o DELLE TANTE noi) a cui vorremmo dar voce e gesti, non bidimensionali come l’immagine allo specchio, ma a tutto tondo e con tutte le nostre sfumature, che però sono rimaste intrappolate in quelle duecento sottogonne (degli altri!) che, naturalmente, sanno ciò che è meglio per noi e, anche se non glielo abbiamo chiesto, loro ce lo dicono comunque. Allo sfinimento.  Eh no, ora basta! Toglieteci tutto, ma non la nostra stoffa! Perché è con quella che intesseremo il nostro nuovo vestito.

Come hanno  fatto Barbara e Cristina per LeadingMySelf. Brave! E il mio applauso non va tanto al vestito nuovo, quanto a quello che c’è dietro: il lavoro lento, paziente e difficilissimo di lasciar andare quello che c’era prima, di svuotare il vecchio armadio, un pezzo alla volta, decidendo cosa tenere e cosa no, ma chi le vuole le sottogonne? E le scarpine di cristallo ne vogliamo parlare? Sai che male ai piedi! Meglio scalza allora, fare e disfare come diceva il buon Dino Campana … “voi vorreste che anch’io seguissi la strada che tutti gli altri seguono: fabbricare fabbricare fabbricare. Ma io preferisco il rumore del mare che dice fare e disfare, fare e disfare, fare e disfare”. Sì, spalancare le finestre al vento, che spazza via la polvere e porta dentro nuovi suggerimenti per l’armadio vuoto; l’impalpabilità di un fiocco di neve, le cuciture sottili di una foglia, la sfumatura di un tramonto, la linea morbida di una nuvola … ogni indizio è buono per cominciare a progettare il NOSTRO vestito. E in uno spazio vuoto, libero da tutto ciò che lo ingombrava solo per abitudine, si notano cose piccole, anche piccolissime … ma così preziose!  Barbara e Cristina l’hanno fatto e io ho cercato per loro le parole che più mi assomigliano in questo momento della vita che, anche per me, è di grandi (grandissime!) pulizie; non è facile, ma IN DUE lo è di più.  

Grazie Barbara e Cristina  e – per chiudere – ecco il mio augurio alla nuova Leading Myself:   Ho scelto di fare l’attrice, per poter indossare sempre abiti nuovi e nuove vite. Ogni vestito o costume, per me, rappresenta una nuova possibilità. Ma, fuori dal palco, ho capito che c’è qualcosa di ancor più entusiasmante: un armadio da riempire, perché allora le possibilità sono due, tre, cento … sono le infinite possibilità di essere noi stesse, in tutte le nostre sfumature! Leading Ourselves, over the rainbow!   

dieci ragazzeFrancesca Isola Un bel giorno – il più delle volte quando meno ce l’aspettiamo – la vita ci regala quella bella bicicletta che tanto abbiamo sognato e desiderato. E ci lascia un biglietto: “Hai voluto la bicicletta?” …

Il finale lo sappiamo 

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