Giovanna Zizzo: la mia missione è testimoniare la mia esperienza

giovanna zizzo

Da quattro anni la mia vita è cambiata. È cambiata la casa dove abito, lo scandire del tempo nella mia testa, il colore dei miei vestiti, la luce che entra dalla finestra al mattino. Sono cambiata io, i miei figli, la gente che mi sta intorno. Come siamo arrivati qui? Mi chiedo continuamente. Non è un cambiamento desiderato, né mai immaginato. Non è di quei cambiamenti di cui uno racconta come le svolte di una vita, traguardi raggiunti, sfide sognate.

Fino all’estate del 2014, avevo una famiglia normale, felice. Come tante. Una di quelle famiglie che affrontano i problemi di ogni giorno, che cercano di arrivare a fine mese con il sorriso, che crescono figli, quattro, che si amano molto.

Dal 22 agosto in poi, il buio.

Erano circa le sei del mattino quando mio marito ha tolto la vita a nostra figlia. Mi sembra quasi disumano poterlo solo pronunciare. Un padre che dà la vita, la toglie. Eppure è accaduto, realmente, quella mattina d’estate, a San Giovanni la Punta, nella casa dove abitavamo. Non ha retto, vigliacco, al torto che mi ha fatto. Tradirmi. Sì, perché aveva un’amante e le mie bambine lo avevano scoperto qualche mese prima, ed io non riuscivo a tornare con lui. Non ha retto, alle sue responsabilità, al mio inevitabile allontanamento, alla mia titubanza nel perdonarlo. Non ha retto alla vita e l’ha tolta. Tutto premeditato. Coltelli, progetto di morte, biglietto di giustificazioni. Come fosse normale essercene.

Ero in campagna da mia madre quella notte. C’eravamo da poco chiariti, abbracciati, decisi a riprovarci. Lavoravo per portare a casa il pane e il perdono. Mio figlio Andrea mi chiama dicendomi di venire subito perché papà aveva fatto una cavolata. Corro, vedo le macchine dei carabinieri, le sirene lampeggianti e silenziose, l’autoambulanza. Salgo le scale in un soffio. I muri sono imbrattati di sangue, le dita di mia figlia Marika ovunque nel tentativo di chiamare gli zii per farsi aiutare. Vedo Laura, dodicenne, intubata, sulla barella del 118. La supplico di aprire gli occhi. Cerco di salire sull’autoambulanza ma i medici me lo impediscono. Corro, corriamo in ospedale con i miei fratelli. Penso, in quei terribili minuti, ad una sola cosa. Che non voglio perderla. Prego Dio di salvarla. Ma è già troppo tardi. In ospedale mi sedano e mi comunicano che Laura non c’è più.

Il padre l’ha svegliata uccidendola. L’ha colpita al cuore più volte. Per procedere poi nel suo premeditato piano e passare ad uccidere Marika, quattordicenne, che dormiva serena nel lettone accanto alla sua sorellina. Ma Laura la sveglia, urlando. Marika cerca di salvarla, di sottrarla alla furia omicida del padre, riesce a farla scivolare dal letto. Urla anche lei, chiede aiuto. Arriva Andrea per bloccarlo. Eppure riesce ad afferrarla per i capelli, a colpire anche lei. Sangue e orrore dappertutto. Per sempre.

Laura sembra dormire quando me la fanno vedere. La prendo tra le braccia, la lavo, le pulisco il viso, le mani, le braccia, le gambe. Le copro le ferite. Ancora ho in bocca il sapore del sangue. Lei è morta quel giorno d’estate ed io con lei. Non ho la forza di piangere, di urlare. La vita ha lasciato anche me. Mi faccio coraggio per Marika, mi metto in piedi, come se stessi imparando a camminare per la prima volta. La raggiungo nella sala della terapia intensiva. Anche lei intubata, anche lei lotta tra la vita e la morte.

I giorni seguenti sono un viavai di persone, di abbracci, di sguardi attoniti, sono giorni di silenzi carichi di dolore, giorni di sciacallaggi e riflettori. Sono giorni di domande incredule, fatti di tempo che scivola in una dimensione irreale.

Marika riapre gli occhi dal coma dopo cinque giorni. La notizia arriva mentre accompagniamo Laura al cimitero. Lei non sa ancora che la sorellina non c’è più. Aspettiamo per dirglielo.

Niente è più come prima. Andrea porta le ferite da taglio fatte mentre fermava il padre, anche adesso che non si vedono più. Emanuele si chiude dentro un misto di rabbia, dolore e apatia che cancella per sempre la spensieratezza della sua adolescenza.

Marika. Marika è una piccola grande donna coraggio. Forse perché sopravvissuta ai coltelli e al dolore. Forse perché è nata così, forte, tenace, piena di vita. Lei, pur con le sue fragilità, mi aiuta a rimettere insieme i pezzi di una famiglia a metà.

Oggi vivo a casa dei miei genitori con i miei tre figli. Non voglio più sapere nulla del mio ex-marito, dal quale attendo il divorzio. È stato arrestato e condannato in primo grado all’ergastolo ma ha avuto il coraggio di presentare il ricorso in Corte d’Appello. Nelle sue parole non c’è mai stato un segno di pentimento, una richiesta di perdono. Dice di non ricordare nulla ma io non gli credo.

Vivo per la mia piccola Laura, per darle voce, e per i miei figli. Mi sforzo di vivere. Di dialogare con le mie ferite di madre, di moglie, di donna. C’è un dolore che non andrà mai via ma non mi arrendo. Il dolore si può trasformare in qualcosa di buono per gli altri. La mia reazione di mamma e di donna ha il colore dell’amore. Da più di un anno, insieme ad un’altra mamma, Vera Squatrito, a cui è stata strappata violentemente una figlia di 21 anni, Giordana, dipingiamo panchine rosse nei paesi, nei centri, nelle scuole che si uniscono a noi nella lotta contro la violenza sulle donne. Il rosso non è il colore del sangue. Il rosso è il colore dell’amore a cui desideriamo che i nostri figli vengano educati. Per questo incontriamo i ragazzi delle scuole.

Nel testimoniare la nostra esperienza, li incontriamo per parlare di amore, di rispetto, di comprensione. I ragazzi sono gli adulti di domani che vanno educati ad amare anche le loro cadute, le loro fragilità, che vanno educati alla capacità di rialzarsi, di perdonarsi e farsi perdonare, di perdonare. Questo il mio messaggio. L’amore non uccide, non violenta, non dimentica. L’amore, custodisce, riconosce. L’amore non toglie vita, la dona e la fa nuova.

 FB: Per non dimenticare Laura