Erika Defendi: quando il bullismo cerca di toglierti dignità

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Mi chiamo Erika, sono mamma di due figli. Maruen, il più grande, è affetto da diplegia spastica dovuta ad un parto prematuro.

Tutto inizia un martedì pomeriggio, ci troviamo in centro a Bergamo per delle commissioni. Maruen mi chiede con insistenza un gelato, fa caldo e sono le 16:30 decido così che vale la pena fermarsi a prenderlo. Mio figlio cammina a fatica e in modo visibilmente claudicante, trovo parcheggio a 50 metri dalla gelateria e quindi ne approfitto.

Accompagno Maruen a piedi. In questi 50 metri trova anche un semaforo in quel momento è rosso; ci affiancano due ragazzine molto appariscenti, più o meno hanno l’età di mio figlio, parlano di serate, di cene, di discoteche e della possibilità di spendere €500 in una sola serata. Io sorrido e penso: beate loro, che bella età!

Scatta il verde del semaforo. Noi siamo i primi ad attraversare, ma pochi metri più in là sento imprecare e ridere, ridere di gusto. Mi giro per capire cosa stesse succedendo e vedo queste due ragazzine schernire Maruen, imitando la sua camminata. Siamo ormai davanti alla gelateria e Maruen sta già entrando quando io, con rabbia ed il cuore in gola inizio ad urlare:

“Ignoranti! Siete solo due povere ignoranti, come vi permettete! Vergognatevi!”

Ci sono molte persone, nessuno dice nulla, ognuno continua per la propria strada come se tutto fosse la normalità.

Maruen si gira e mi chiede cosa stia succedendo, così cerco di sviare il discorso, perché lui non ha visto nulla. Lui, però, con gli occhi di chi ormai ne ha viste tante, mi ripete:

“Mamma dimmi cosa è successo!”

Non mi rimane che spiegargli l’accaduto e, per tutta risposta, lui mi dice:

“Mamma, sono solo ignoranti. Ignorali, io faccio sempre così”.

Mi stupisco della sua risposta e per rispetto nei suoi confronti mi fermo: in quel momento vedo nei suoi occhi solo rassegnazione.

Dopo il gelato torniamo a casa. Io cerco di sdrammatizzare l’accaduto. Lui rimane in silenzio, ma io non mi do pace, giro intorno al tavolo e con un nodo in gola. 

Mi domando come due ragazzine possano ridere di una persona che per 15 anni ha lottato per conquistare un po’ di autonomia, una persona che ha passato ore ed ore dalla fisioterapista, tutori, busti, visite… il tutto rubando spensieratezza alla vita di un bambino.

I miei figli vanno a letto, ma io non riesco a tranquillizzarmi: mi metto sola sul balcone a dare sfogo alla mia rabbia su facebook.

Scrivo una lettera aperta, le dita scorrono veloci sullo schermo del telefono, sono un fiume in piena, ma mentre scrivo mi chiedo a cosa potrebbe servire questo sfogo se da domani saremo punto e a capo?

Decido quindi di far ragionare chi legge, chiedo ad ognuno di loro di parlarne con i propri figli, dico che questa cosa non deve più succedere, né a noi né a nessun altro, e alla fine chiedo di condividere. Tutti devono sapere come ci si sente quando si viene derisi.

In poche ore il post diventa virale, il mio telefono continua a suonare, i giornali, la TV, i politici: tutti cercano la mamma che ha avuto il coraggio di far aprire gli occhi, tanto clamore per aver chiesto umanità, in una società dove fare un bel gesto ormai è diventato un evento unico e raro.

Da qui inizia la mia battaglia: sensibilizzare un mondo malato, dove il bullismo, l’egoismo e l’ignoranza sono solo un sintomo di una malattia ancora più pericolosa, l’indifferenza.

Chiedo di rieducare i bambini al rispetto del più debole, di far loro prendere contatto con queste realtà, senza paura. Le persone con disabilità sono i nostri supereroi con tanti poteri speciali. Il potere più bello è quello di saper amare la vita nonostante tutto e contagiare ogni persona che hanno accanto con il virus dell’amore.