Debora Oliosi: se non provi, non riesci

debora oliosi

La maggior parte delle volte che racconto la mia storia le domande che arrivano dopo sono più o meno sempre le stesse: “Ma scusa, come fai? Quante lauree hai? Chi ti ha insegnato? Quante ore lavori? …e dormi?”
Un po’ come quando dico che sono nata il 15 Febbraio, e come in un copione ripetuto all’infinito i riflettori si spostano immediatamente sul mio interlocutore tanto ignaro quanto prevedibile: “Ah! Il giorno dopo San Valentino?”

Eh… Quel giorno lì. 🙂

Quanto dormo? Tanto, io adoro dormire.
E non sono laureata: ho studiato ragioneria. Poi ho dovuto scegliere: a destra uno stipendio e la possibilità di vedere realizzato il sogno di qualcuno che sognava da troppo tempo, a sinistra la garanzia di un pezzo di carta appeso al muro che mi avrebbe salvato dal ripetermi per i successivi 22 anni che non sono abbastanza preparata, perché la laurea non ce l’ho.

Sono andata a destra: e oggi, 22 anni di cui 14 da imprenditrice, 6 società e 11 soci dopo posso che dire che ho fatto la scelta giusta, foss’altro perché è l’unica di cui posso verificare direttamente i risultati. E i risultati, quelli su cui misuro la mia vita, sono oltre ogni più rosea aspettativa: ho degli amici su cui posso contare davvero, le persone con cui ho lavorato mi chiamano ancora Deborina a distanza di vent’anni nonostante io abbia ormai superato i 40, dietro di me ci sono molte più porte aperte di quante siano quelle chiuse. Sorrido spesso; ho pianto tanto ma solo perché era l’unico modo per imparare. Ho imparato, sono libera di dire di no senza dover fare troppi conti con la convenienza… E ho contribuito – perché certe cose non le fai mai da solo – alla realizzazione di quel grande sogno che ha trasformato la mia laurea in un altro sogno, ma meno importante.

Di cose che non funzionano, nella mia vita, ce ne sono ancora tante: ma chi non ne ha.

È iniziato tutto quando avevo 12 anni, il giorno in cui sulla mia scrivania è atterrato un computer nuovissimo, desiderato tantissimo, che però aveva un difetto grandissimo: non aveva la scheda grafica.
Si chiamava 8088 e io quella sigla – ottantaottantotto – non avevo la più pallida idea di cosa significasse. Sapevo solo che su quel computer il Pac-Man non funzionava, e che la delusione era più forte dell’entusiasmo che mi aveva provocato avere quella tastiera sempre a disposizione che ben interpretava il suo ruolo di protagonista della mia scrivania.
Una delusione, quella, che ha regalato alla mia vita una delle più grandi opportunità che le siano mai capitate: non c’era la scheda grafica, è vero, ma c’erano due libri. Uno giallo per i comandi del sistema operativo, e uno verde per i cicli for. Le variabili. Il costrutto if-then-else. I codici ASCII (che sono 255 e sono loro – quelli dall’1 al 19 – i veri antenati delle emoticon). E la ricorsività: quel concetto che quando finalmente sei riuscito ad afferrarlo ti rendi conto di quante cose un computer possa fare al posto tuo, anche se ancora non ha imparato a fare il caffè. Che tanto comunque il caffè neanche ti piace.

Insomma: io a 12 anni non me lo sono chiesta se era possibile o no. Ho semplicemente aperto quei 2 libri e ho iniziato a stampare faccine che sorridevano su un monitor in bianco e nero. E dopo qualche settimana, dentro a un floppy disk da 3,5″, custodito gelosamente nel primo cassetto della mia scrivania c’era una versione rudimentale dello Snake: quel videogioco del serpente che si trasformava in GAME OVER non appena si toccava la coda con la bocca. Lo avevo scritto io, girava sul mio 8088 senza scheda grafica e io l’unica cosa che pensavo era che però a me lo Snake non è che fosse mai piaciuto tanto. Era meglio il Pac-Man, ma io avevo solo un 8088 senza scheda grafica.

Quello che non avevo capito, troppo concentrata sul videogioco giusto e quello sbagliato, era che quello Snake mi aveva fatto un regalo preziosissimo.

Impiegai anni ad apprezzarlo, quel regalo preziosissimo: che se non fosse stato per quella scheda grafica che somiglia tanto alla Laura Palmer di Twin Peaks (quella che c’era in tutte le puntate ma che l’avevi vista solo i primi dieci minuti, da morta), io probabilmente sarei diventata la più giovane campionessa internazionale di Pac-Man (titolo ambitissimo nella mia sala giochi preferita, all’epoca), ma quei due libri non li avrei aperti. E non avrei imparato così presto che la tecnologia, nel mio piccolo mondo così orientato al dai-prova-che-al-massimo-riprovi, sarebbe stata un complice insostituibile. Uno di quelli su cui puoi davvero contare sempre: per toglierti da un sacco di guai, in primis; guai spesso autogenerati.
Quel regalo si trasformò dapprima in un lavoro…  E chiamalo lavoro: una scrivania a due passi da casa che ti paga per fare tutto il giorno una cosa che ti diverte così tanto da non accorgerti che fuori – nel mentre – si è fatto buio. Un giorno un tizio poco simpatico, che però evidentemente era dotato di una dose sufficiente di potere decisionale, mi invitò a mollare seduta stante la mia brillante carriera di contabile della piccola aziendina di cui era socio papà per invitarmi a solcare nuovi orizzonti: perché quelli come me non possono mai dare per scontato niente. Neanche il nepotismo in Italia.
Qualche anno dopo, era la primavera del 2004, quel regalo aveva ufficialmente bisogno di un nome: era diventato la mia prima startup ed era una minuscola agenzia di web marketing che oggi, 14 anni dopo, non è più mia ma compare, a ragione, nell’elenco delle più affermate nel suo settore sul mercato italiano. Si chiama Moca: sì, quella che fa il caffè perché è da lì che viene il suo nome. Sì, Moca-con-la-c: credo fosse perché secondo Lorenzo (che poi rimase mio compagno d’avventure per i successivi 6 anni) suonava meglio. Era più rotondo, aveva ragione.

E sarà pure un caso, ma, 6 mesi dopo la nascita di Moca, mi capitò in mano l’opportunità di rientrare (da socia, però, non più da impiegata contabile) in quell’aziendina di metalmeccanica che quel tizio poco simpatico ma dotato di sufficiente potere decisionale qualche anno prima mi aveva invitato a lasciare alle sue sorti, con modi e toni che potrei definire molto poco inglesi.

Il 2004: l’anno che iniziò con il mio nome iscritto nel libro paga di una software house che non mi lasciava saltare la pausa pranzo per permettermi di rientrare a casa alle 17 invece che alle 18 e che finì con me che di libri paga, da onorare tutti i mesi, ne avevo 2, 1+1.
Dipendenti 21, 1+ 20.
Società 2, 1+1.
Cariche di rappresentante legale 2, 1+1.
Responsabilità tante, n+m.
Debiti tanti, 0+tanti.
Sorprese a venire mai contate: quasi tutte da perderci il fiato. E non nel senso più rassicurante del termine.

Otto anni più tardi, le società erano diventate 3. Poi erano tornate 2. Poi una. Poi nessuna.
Di cose nel mentre ne avevo imparate tante: ad affrontare, a trovare soluzioni, a preoccuparmi “sì ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un’equazione algebrica” (lo cito per rispetto, ma è così famoso che non credo serva: The Big Kahuna). A capire che con un foglio Excel programmato bene e una buona dose di buona volontà puoi fare miracoli: anche trasformare cinque conti costantemente in rosso in un bilancio tripla A. A vendere una società. Poi a venderne un’altra. A ricominciare, anche quando non lo avevi messo in conto.

Così ho ricominciato: dal turismo. Perché lo sappiamo tutti, no? Il turismo è il petrolio dell’Italia. È il suo futuro. È un settore che promette bene. Conosci il web, vivi in Italia: di cosa ti vuoi occupare, se non di turismo?
L’ho fatto. E ho imparato che le congetture è meglio lasciarle al loro posto: che quello che nessuno ti dice è che il turismo è un mercato difficilissimo, perché la competitività è altissima. E che se queste cose non le trasformi in costi calcolati bene da mettere a business plan il rischio di non riuscire è concreto. Molto concreto. Reale, direi.

Quindi, ho ricominciato ancora. E per l’ennesima volta è successa la magia: prima impari, poi vinci.

È così che è nata la prima Tiramisù World Cup, un evento che è riuscito ad attirare su di sé l’attenzione di testate internazionali del calibro della BBC, dell’Independent, della Lonely Planet, del Japan Times. Che quando ti occupi di sviluppo turistico, arrivare a leggere un articolo della Lonely Planet che parla di te in una lingua che non è la tua ti fa quantomeno sorridere per tre giorni di fila, notturni inclusi. Così come quando d’improvviso ti arriva una mail dalla BBC che ti chiede il permesso (il permesso!!!) di fare la copertura radio-televisiva di una tre giorni che stai organizzando tu, mettendoci tutto te stesso e anche di più.

“Non lo so, provo.”

Rispondo così tutte le volte che qualcuno mi chiede “ma come fai?”
Provo, sai mai che prima o poi riesco.
 
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