Chicco Margaroli: Nature revolution!

natura

Dzoyé. Il nome del nostro giardino. Quello che ci ha fatto vincere al Garden Festival di Singapore il ‘premio dei premi’, The Best of Show, oltre alla Golden Medal. Una competizione appassionata tra i migliori giardinieri internazionali, ospitati nei domes del Marina Bay. Una gara che si svolge ogni due anni, e quest’anno per la prima volta nella storia del Festival è stata invitata anche l’Italia, con la partecipazione del plurimedagliato paesaggista italiano Stefano Passerotti, giardiniere di Firenze, ed io a mia volta invitata da lui. Quindi un invito a ‘cascata’, tanto per rimanere con forza in ambiente naturale!

Nature Resolution, la resilienza della Natura: il motore di tutto il mio lavoro in arte. Il tema forte intorno a cui la mia ricerca si sviluppa fin dagli esordi, aprendo il mio studio ad Aosta, nel 1987, appena ultimato il corso di studi all’Accademia di Belle Arti di Torino.

La Natura, il presupposto per chi vive come me in Valle d’Aosta. Non si può farne a meno, una presenza costante e piena, ancora nel circuito cittadino, tanto da poter trovare al pascolo piccole mandrie di bovini e cavalli. Bastano pochi minuti per raggiungere aree agricole e alpeggi.

Con un dictat: salire. La Natura in Valle impone uno sforzo, una determinazione importante per percorrerla, in poco tempo si dimostra estrema quindi da avvicinare con cura e consapevolezza. Questa l’attitudine, che fin da piccoli impariamo per convivere con l’ambiente alpino. E questo ha sicuramente connotato la cifra della mia ricerca, favorita dallo sguardo scientifico dei miei, padre veterinario e madre farmacista, che mi hanno insegnato a guardare dentro più che si può, meglio che si può, senza fermarsi alla superficie del sentimento del Bello, ma tenendo sempre a mente ciò che non si vede, che non appare immediato, perché in Natura ne è il vero contenuto.

Con questo presupposto ho tracciato il mio sentiero, tornando definitivamente all’arte dopo la nascita dei miei figli, Bianca e Brando. Così nasce “Potatura di Ritorno” del ’99, dedicata agli sfridi degli alberi monumentali, traslatori di Rinnovo, tema che si consolida come fil-rouge del mio lavoro fino ad oggi. Potatura di Ritorno, che peraltro mi ri-portava al “fare arte”, mostrava però debolezza proprio per il suo risvolto fortemente estetico, perché lo sfrido vegetale, bello di per sé, non aveva quella forza di tradurre, con l’impatto che avrei voluto, proprio il senso del Rinnovo, che obbligatoriamente fa i conti con il taglio, la cesura, la fine di uno stato di fatto.

Inizia cosi lo studio per imparare a stabilizzare materiale organico animale grazie a degli studi specifici sulle erbe di montagna, sui sali e alcoli. Materiale definitivamente “morto”, definitivamente ideale perché il Rinnovo possa dichiararsi meglio. Prova del nove fu “Serbatoi dell’Anima”, con il compositore Christian Thoma, del 2001, che confermò appieno il senso della mia intuizione.

Il Rinnovo è la tensione più struggente, più intima e potente che la Natura possa esprimere, che per l’esperienza umana quando ben risolto si trasforma in resilienza, con cui tutti, ma proprio tutti, dobbiamo fare i conti. Implicito è lo sforzo per l’Uomo a non sottrarsi al cambiamento, ad accettarlo, ad attraversare il dolore e l’inquietudine per maturare, nelle infinite forme individuali, il proprio riscatto. Un talento inesauribile, appunto “per natura”.

Cuori, vesciche, omasi e abomasi, ma anche pelle di pesce, cristallini di polipi, insomma quel teatro naturale che a prima vista appare meno “bello”, fa da cartina tornasole al risultato: le mie opere acquistano un senso estetico diverso di volta in volta, mutano a seconda del concept, si adattano a colore, a resinatura, a laminatura in oro o rame, e chissà a quali altre nuove tecniche e tecnologie in futuro, ma non tradiscono mai la loro missione profonda, il passaggio visualizzato tra “essere stato e tornare ad essere”.  Il mondo ascolta questa tensione. L’ambiente è diventato soggetto principe di volontà di cura, di pianificazione politica, di sensibilità educativa. Non poteva che essere così, per la consapevolezza che la ricerca scientifica sempre più innovativa e risoluta ci sta consegnando.

L’Arte non può non cogliere questa corsa a capire e fare sempre meglio, e porgere l’opportunità di un nuovo sguardo, di una nuova riflessione. Visionaria, affabulatoria, avvolgente o repulsiva, la forza che le affido quando lavoro è di spingere avanti il pensiero, le ipotesi e i dubbi che possono scardinare il sistema delle certezze. Culturali o semplicemente individuali. A questo, io penso, serve l’arte. E penso anche: se non servisse a questo, perché l’uomo ne ha impulso innato atavico?

Così sto a cavallo tra ieri ed oggi, mescolando materiali antichi, direi ancestrali, ai nuovi media contemporanei, digitali, proiettivi, senza far caso alle mode che insistono anche nel mondo dell’arte, ma solo puntando al risultato. Di certo la mia attenzione al passato e alla storia è l’ossatura di molti miei progetti, e penso ad alcune mostre come Con Fine Naturale, al castello di Saint- Rhémy en Bosses, in Valle d’Aosta, che ho costruito insieme agli abitanti di quella piccola comunità, interlocutori prediletti per sondare conoscenze e saperi tramandati da generazioni e generazioni a chi vive un contesto alpino così definito. Imparando tecniche di coltivazione e di mantenimento del raccolto, costruendo installazioni con patate d’alta quota e ortaggi coltivati nei preziosi e antichi “courtì”.

La Storia come ossatura del mio piccolo sogno “Dzoyé”: la reinterpretazione dell’antica scarpa agricola valdostana, longeva fino a noi dal Medioevo, realizzata in cuoio e legno, con chiodi in ferro alla suola come antisdrucciolo, e in Valle d’Aosta ancora utilizzata negli alpeggi. Una scarpa antica, di cui ho rinnovato la produzione in scamosciato e legno, per avvantaggiarne il comfort e scelta cromatica senza alterarne la forma ormai universale, e che, grazie a svariati anni di prove colore con mescola segreta di materiali che vanno dall’edilizia al tessuto, ora posso dipingere e personalizzare con estrema raffinatezza e customizzazione, tanto da poter parlare di “arte per un nuovo passo”, come recita la mia bodycopy. Tutti pezzi unici, assolutamente unici perché l’ascolto e l’interpretazione delle suggestioni del cliente, unisex, ne fanno di default opere d’arte dedicate. E tutte restaurabili. Con scatola in legno altrettanto personalizzata, e buste in lino cucite a mano dalla Cooperativa Fili Intrecciati di Aosta, di sostegno a ragazzi diversamente abili.

Certo Dzoyé cavalca la moda, con vendita online, ma con presentazioni in gallerie e musei, che è il mio mondo, e dove è imperativo il rispetto del pezzo unico e la sua valorizzazione. Quindi una dinamica del fare più ampia possibile, senza cristallizzare i confini tra una tecnica e l’altra, tra una peculiarità costruttiva e l’altra, scivolando da un ambito all’altro, dall’arte alla moda, alla medicina, e poi ancora chissà, ma sempre con l’atteggiamento del ricercatore. Guardando bene intorno. Guardando bene negli occhi di chi incontro sul mio cammino per collaborare, per provare a cambiare pensiero e ribaltare certezze.

Faticoso, un po’, ma vitale.

SITO WEB:   http://www.dzoye.com/

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