Carlotta Borelli: freelance per fare meglio la mamma

Carlotta Borelli

Mi chiamo Carlotta, ho 35 anni e sono una mamma-traduttrice-sportiva, non sempre in quest’ordine.

Mi sono laureata in lingue europee e, dopo qualche esperienza all’estero, ho cominciato a lavorare da dipendente. Prima nel marketing di una multinazionale, poi nel commerciale estero di un’azienda metalmeccanica, infine come traduttrice in un’agenzia. Rispettivamente stage, tempo pieno e tempo parziale (32 ore).

Quella che per molti, forse, è la “comodità” di timbrare il cartellino e tornare a casa, per me era un’ansia doppia. Il lavoro non si esauriva nel momento in cui uscivo dall’ufficio, ma continuava anche dopo, per capire cosa potevo fare per migliorare il lavoro e i processi, per ottimizzare i tempi, per imparare dai più anziani. E non capivo perché tutti quegli sforzi poi non venissero in un qualche modo riconosciuti o premiati. Vedevo colleghi trovare soluzioni innovative, ricevere una pacca sulla spalla e tornare al lavoro come prima.

Sono sempre stata per una gestione meritocratica del lavoro. Invece, hai tante idee, cerchi di trovare il modo migliore per metterle in pratica, per che cosa? Arricchire qualcun altro e sentirsi dire che, in fondo, hai solo fatto il tuo dovere?

Era come se avessi tante idee, tante aspirazioni, ma fossi relegata all’interno di uno spazio troppo piccolo che non potevo oltrepassare.

Essere diventata freelance mi ha permesso di aprire quello spazio. Sono entrata in un mondo senza limiti, in cui posso vagliare tutte le idee, le aspirazioni, i progetti, gli obiettivi che mi passano per la testa e decidere quali vale la pena provare e quali no.

Mi ricordo che durante un colloquio per una posizione impiegatizia, il valutatore mi disse: “tu hai una mente da imprenditrice: hai chiari gli obiettivi e vuoi sentirti libera di raggiungerli come preferisci”. Lì per lì la trovai una frase completamente fuori contesto, forse non avevo neanche capito il senso ultimo della parola “imprenditrice”. Oggi lo trovo non solo uno dei più bei complimenti che abbia mai ricevuto, ma anche uno stimolo fortissimo quando sembra che le cose rallentino o non vadano come mi aspettavo.

Per me è questo essere freelance: avere degli obiettivi e sapere di avere la libertà, gli strumenti e le forze per raggiungerli.

Oggi sono traduttrice, specializzata in campo medico e farmaceutico (con un master a Milano) e sto per promuovere una serie di corsi online pensati per chi vuole iniziare l’attività di traduttore o vuole scegliere una specializzazione.

Essere freelance non è per tutti. Non perché sia più difficile di altri lavori ma perché richiede una forte capacità di gestione del tempo e del lavoro. Essere freelance significa fare il lavoro del capo, assumendosi la responsabilità del lavoro che viene accettato, di quello che viene rifiutato, delle scelte da fare nella strategia di marketing, della direzione da prendere. Significa fare il lavoro del dipendente, occupandosi di tutti i lavori accettati, rispettando le scadenze e assegnando le giuste priorità. Significa aggiornarsi, ritagliando del tempo non solo per cercare e scegliere i corsi di formazione, ma anche per studiare e mettere in pratica. Significa fare il lavoro della segretaria, gestendo scadenze, impegni, appuntamenti. Significa diventare commercialisti, avvocati, PR, esperti di marketing, utenti social. Significa insomma occuparsi del lavoro a 360°.

In tutto questo, bisogna aggiungere che sono anche mamma di un bimbo di 7 anni, Samuele. Credo sia stato lui il motore principale della scelta di abbandonare le sicurezze del posto fisso per iniziare una carriera da freelance. Volevo essere presente, accompagnarlo, essere un punto di riferimento. Ho azzerato tutto e ho ricominciato da noi. Sono libera di ritagliarmi del tempo per accompagnarlo a calcio o dagli amichetti, per seguirlo nei compiti, per vederlo crescere. Posso gestire le emergenze se si ammala, posso prendere appuntamenti a scuola e dalla pediatra senza chiedere permessi. Lavorare da casa, la mia “centrale operativa”, mi permette di gestire ogni aspetto della mia vita: il lavoro, il figlio, la casa, la vita privata.

Non è poi sempre tutto così semplice. Mancano le garanzie.

Devo fare i conti con la malattia e gli infortuni. Il fatturato non sempre è costante e capitano i mesi in cui le spese superano i guadagni. Inoltre dividermi tra vita privata e vita lavorativa è la mia più grande difficoltà. Non sempre mi è possibile chiudere il computer e staccare la mente fino al giorno dopo. Nei periodi più intensi devo lavorare anche quando Samuele mi chiede di giocare con lui, oppure guardare insieme un film sul divano mentre revisiono una traduzione. Come ogni mamma, ho sempre paura di non fare abbastanza per lui, di non poter essere presente in ogni momento o di fargli mancare qualcosa. Eppure so che i sacrifici portano sempre un risultato. Quest’estate ho lavorato tanto per potergli regalare una vacanza speciale in Sicilia. La mia prima vacanza senza computer e senza lavoro, il suo primo viaggio in aereo, gite in macchina, funivie, castelli, mare e tanti nuovi amici. Quando il giorno della partenza si è messo a piangere, ho capito di avergli regalato non solo una vacanza speciale, ma ricordi indelebili che porterà sempre con sé. E allora sì: il sacrificio, il lavoro, la paura e il dubbio acquistano un senso e mi danno la consapevolezza che essere freelance ne vale la pena.

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